Descrizione
Il contributo di Gaetano Capuano, nostro concittadino e già assessore comunale, accende un faro su una delle crisi industriali più delicate del nostro territorio, quella dello stabilimento Stellantis di Cassino, simbolo di lavoro e identità.
Un’analisi lucida che richiama tutti – istituzioni, imprese e comunità – alle proprie responsabilità sociali, senza nascondere le criticità di un futuro incerto.
Come Sindaco di Colfelice, ritengo fondamentale condividere riflessioni come questa, perché il destino del Cassinate riguarda l’intero comprensorio.
Non possiamo permetterci silenzi né rinvii: serve una visione chiara e un impegno concreto per difendere lavoro e dignità.
Invito tutti a leggere questo articolo per comprendere meglio la posta in gioco e contribuire a costruire insieme una risposta all’altezza della sfida.
Dott.ssa Gabriella Protano, Sindaco di Colfelice
L'articolo è anche su visionaria.info
Il silenzio è l’ultimo modello. La crisi dello stabilimento Stellantis di Cassino tra responsabilità sociale e futuro negato
Di Gaetano Capuano
La fabbrica Stellantis di Cassino: dal colosso industriale al silenzio produttivo
Ho visto cose che voi umani.
Un impianto inaugurato nel 1972 estendersi per due milioni di metri quadrati, con oltre quattrocentomila metri coperti da edifici industriali, fino a diventare un mondo chiuso, autosufficiente, dominante. Una fabbrica che ha mangiato tutto: il paesaggio, il lavoro, le vite.
Oggi quello stesso spazio è immobile. I capannoni sono fermi, i reparti vuoti, i turni ridotti a pochi giorni al mese. Il 2026 si apre così: con una distesa industriale che non produce ma continua a occupare tutto, lasciando dietro di sé solo attesa e incertezza.
In un luogo dove per decenni ogni stagione aveva il suo modello, annunciato, presentato, celebrato, oggi l’unica novità è il silenzio. Non ha cilindrata né allestimenti, non finisce nei cataloghi. È l’unico modello realmente in produzione: il silenzio dei reparti spenti, dei piazzali vuoti, dei turni che non partono.
A Piedimonte San Germano, in viale Giovanni Agnelli, i cancelli dello stabilimento Stellantis di Cassino si aprono raramente. A gennaio la produzione si è accesa per appena quattro giorni. A febbraio si arriverà a cinque, forse. Il resto è silenzio. Una fabbrica fantasma dentro un perimetro enorme, sproporzionato rispetto al presente.
Produzione ai minimi storici e crisi occupazionale: i numeri del declino industriale a Cassino
Il dato è brutale: meno di 85 giorni di produzione effettiva in un anno. Dopo un 2025 segnato da oltre 100 giorni di fermo totale, il 2026 rischia di fare peggio. La produzione procede al minimo, tanto da poter essere concentrata su un solo turno.
19.364 auto prodotte in un anno. Nel 2017 erano 140.000.
Gli occupati erano il doppio: 4.300 nel 2016, circa 2.000 oggi.
Intorno allo stabilimento il paesaggio è cambiato. Dove un tempo usciva una marea umana tutta vestita uguale, oggi si vedono pochi gruppi sparuti, divise diverse, colori diversi. È la parcellizzazione del lavoro, il segno visibile di una forza lavoro spezzettata e affidata alle agenzie interinali. Prima la catena, poi la somministrazione, infine l’espulsione silenziosa.
Le aziende dell’indotto automotive soffrono una dopo l’altra. Cambiano produzione, riducono personale, chiudono. Le buone uscite diventano l’unica prospettiva: 40 mila euro se hai meno di cinquant’anni, 60 mila se ne hai di più. I negozi abbassano le serrande. I bar vicino ai cancelli lavorano a metà.
La crisi industriale è diventata crisi sociale diffusa.
Responsabilità sociale e futuro del territorio: quale destino
Negli ultimi mesi sono arrivati segnali materiali, difficili da ignorare. È stata messa in vendita la storica palazzina della direzione, il cuore simbolico dello stabilimento, insieme a capannoni e linee produttive un tempo dedicate a verniciatura, lastratura e magazzino. Spazi costati decine di milioni che oggi vengono dismessi come se appartenessero a un passato definitivamente archiviato.
In questo contesto prende forma una domanda che non può più essere rimossa: qual è la responsabilità sociale di una grande azienda nei confronti del territorio che l’ha ospitata per oltre cinquant’anni?
Non è una questione sentimentale. È una questione storica, economica, morale.
Non possiamo rifugiarci dietro i 900 milioni di euro spesi dallo Stato in cassa integrazione per il gruppo Stellantis nell’ultimo decennio, né dietro i 4 miliardi di euro di contributi ricevuti dal Fondo Automotive. Allo stesso modo, non basta evocare transizioni tecnologiche interrotte o riconversioni mancate.
Il tema è strutturale e riguarda il rapporto spezzato tra produzione, lavoro e territorio.
Le auto che escono, quando escono, da Cassino sono fuori scala rispetto al contesto che le produce: prezzi inaccessibili, volumi bassi, nessuna relazione reale con il tessuto sociale circostante. Un’eccellenza proclamata che non genera più occupazione stabile né futuro condiviso.
Qui la questione non è solo industriale. È etica.
Riconvertire sì, ma verso cosa? E a quale prezzo? Dopo aver consumato suolo, lavoro e generazioni intere, questa fabbrica non può limitarsi a cambiare pelle senza assumersi la responsabilità del proprio impatto.
Per anni qui si è prodotto lavoro e si sono difesi diritti. Lo stabilimento è stato un presidio sociale, non solo un impianto industriale.
Oggi quella memoria rischia di ridursi a semplice archeologia industriale: vita scomparsa, sostituita dall’attesa.
Se non verrà detta una verità chiara sul futuro dell’impianto, il rischio sarà duplice: perdere definitivamente la sua vocazione industriale e ritrovarsi con uno spazio immenso e vuoto, pronto a essere riempito da qualsiasi cosa, purché renda. Persino un carrarmato.
La domanda, allora, non è se questa fabbrica produrrà ancora. È se questo territorio possa permettersi un altro silenzio, un’altra promessa mancata, un altro futuro divorato da un mostro che oggi finge di dormire.
Note a margine:
In questo quadro si inserisce la manifestazione convocata per il 20 marzo a Cassino dai segretari generali dei metalmeccanici, insieme alla Consulta dei sindaci del cassinate e a tutte le realtà politiche che decideranno di partecipare.
Per decenni la guerra secolare tra lavoro e impresa ha avuto nelle fabbriche il suo campo di battaglia. Oggi quello scontro si è spostato altrove. Ma forse è proprio il territorio, quello che quelle fabbriche ha ospitato, alimentato e che oggi ne subisce le conseguenze, a poter riportare al centro del dibattito una questione più grande di un piano industriale o di un marchio da rilanciare.
Perché qui non si difende soltanto una fabbrica. Si difende uno spazio più grande: fatto di economie, di comunità, di vite, di affetti, di memoria.
In fondo, è di questo che parliamo: del diritto di un territorio ad avere un futuro.